Visto che lo mangiamo, parliamo di pepon!

Integratori Naturali. Nutrizione naturale, ecologica, sostenibile. Una modernità antica.

L’antico nome greco dell’anguria era pepon, oggi si chiama καρπούζι. Paradossalmente è un prestito dal turco karpùz, il quale a sua volta deriva dal greco ellenistico καρπός = frutto, per distinguerlo dal πεπόν, che oramai era diventato il melone! Sì, esattamente come la premier nostrana… I medici, tra cui Ippocrate e Dioscoride, ne elogiavano le numerose proprietà curative. Veniva prescritta come diuretico e come un modo per curare i bambini colpiti da colpo di calore, applicando la buccia fresca e umida sulla loro testa. Anche il naturalista romano Plinio il Vecchio ne era un appassionato e nella sua enciclopedia del primo secolo, Historia Naturalis, descrisse il pepo come un refrigerante maxime, un alimento estremamente rinfrescante.

Il cocomero è una cucurbitacea originaria dell’Africa tropicale, può arrivare a pesare anche 20 chili ed è formata da circa il 94% di acqua. I frutti che possono essere acquistati da noi in estate provengono principalmente dall’Europa, dalla Spagna, dalla Grecia, dall’Italia o dalla Turchia. Di solito vengono trasportati in nave o in treno.

L’anguria ha quindi un migliore equilibrio ecologico rispetto a frutti esotici come ananas o mango, che vengono spesso trasportati via aerea. Complessivamente, il bilancio di CO2 delle angurie con un valore di emissione inferiore a 40 grammi di CO2 per 100 grammi di frutta non è superiore a quello dell’uva.

Leggo studi scientifici e mi imbatto in temi molto interessanti. Soprattutto per il mio vizio di cercare tradizioni perdute o alimenti insoliti delle nostre terre. Molto spesso ciò che convenzionalmente è considerato scarto nel mondo alimentare negli ultimi anni, vista la necessità di ridurre i rifiuti, costruire economie circolari e produzioni sostenibili, è stato oggetto di nuovi studi che ne hanno fatto emergere nuovi potenziali industriali e farmaceutici, ma anche nutrizionali. Scrivo questo post perché, vista la stagione favorevole, sto inserendo nelle proposte consegnate ad alcuni clienti un ingrediente anomalo: la parte bianca delle bucce di angurie. Finisce spesso nei sacchetti dell’umido, insieme ai semi. Ma da un decennio a questa parte molte ricerche hanno rivelato l’alto potere nutritivo. Cercate integratori di fosforo? Calcio? Vitamina A, vitamina C? Li avete lì.

L’anguria è il frutto più rappresentativo dell’estate, nei paesi mediterranei è molto utilizzato come frutto fresco già in colazioni, spuntini, per il suo sapore dolce, le proprietà dissetanti, il potere energizzante. Ma anche come succhi, granite, gelati, confetture, e recentemente anche liquori. Ma la buccia no. La scorza di anguria, considerata una potenziale fonte di fibre alimentari, fenoli, ha dimostrato di avere un’elevata proprietà di rimozione dei radicali liberi e attività antidiabetica. Come la polpa anche la buccia è ricchissima di un componente dipico di questo frutto, la citrullina. Non sto qui a spiegarvi la biochimica di questa sostanza, ma vi assicuro che è importantissima nella protezione dai radicali liberi, la salute dei vostri vasi sanguigni ed è anche studiata per il contrasto all’impotenza maschile.

Studiando testi di storia scopro che già oltre un secolo fa, quando non c’era tutta questa disponibilità di cibo di oggi, in molte parti del mondo si ingegnavano per conservare cibi per la stagione invernale. E apparvero su molte tavole i sottoaceti di scorze d’anguria. In realtà si usava solo la parte bianca, privata della pelle verde. Le angurie sono antiche: l’arte murale di 4000 anni fa nelle tombe egizie include immagini di meloni allungati a strisce verdi.

L’Albero Cocomeraio, uno scherzo in Photoshop… 

La coltivazione si diffuse in Asia e in Europa e fu portata nelle Americhe dai coloni e dalla tratta degli schiavi dall’Africa. L’uso delle bucce probabilmente era già noto fin dall’apparizione, ma ebbe una maggiore diffusione circa 150 fa. Molto diffuso nella cultura afroamericana apparve anche nel 1881 nella pubblicazione “What Mrs. Fisher Knows about Old Southern Cooking”, libro di ricette, il secondo della storia pubblicato da una donna afro americana. Ma già un secolo prima una altro libro di ricette, “american cookery” di una certa Amelia Simmons, figlia di Coloni Inglesi. Anche in oriente, India, in Cina, in Giappone se ne faceva uso. In quest’ultimo paese rientra nel nobile concetto di KANSHA. Più di un semplice approccio frugale per limitare lo spreco alimentare, kansha è una mentalità che incarna il rispetto per il duro lavoro di coloro che portano la generosità della natura in tavola.

Oggi, ancora una volta, la scienza, più orientata verso le tematiche anti spreco e di rispetto ambientale, dà forza a queste conoscenze popolari. Solo che di questi saperi si appropriano principalmente le industrie farmaceutiche, che hanno l’interesse di vendere sempre un nuovo, miracoloso, formulato con estratti secchi o repliche sintetiche di sostanze naturali. Ma non sono MAI la stessa cosa.

Dott. Paolo Scicolone

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